Parla in dialetto e vedrai il mondo con occhi migliori

Dedicato ai miei compagni del liceo…

Alcuni giorni fa mi sono imbattuto in un interessante articolo di Fanpage.it dal titolo “Parlate in dialetto ai fostri figli? Diventerranno più intelligenti” e ne sono rimasto veramente colpito.

L’articolo parla di uno studio in cui è risultato che i bambini che conoscono più di una lingua o parlano sia la lingua nazionale che il dialetto locale presentano dei vantaggi maggiori in termini di memoria, attenzione e flessibilità cognitiva!

Pur abitando ormai a Milano da sei anni, il mio dialetto fa ancora parte della mia quotidianità. Certo, non dico di parlare con Brambilla nello stesso modo con cui parlerei con la ‘za Carmela (per gli amici ‘Mela), ma ciononostante non mancano mai le occasioni per parlare “l’altra mia lingua”.

Tutto ciò comporta tante cose, in primis che il tuo accento rimane lo stesso di sempre e  che anche dicendo un semplice “Ciao” ad una persona appena conosciuta,  è come se porgessi il tuo biglietto da visita in cui dici “sono Italiano e vengo da…”

Da qui parte la mia riflessione. A quanti fuori sede che hanno lasciato casa per andare a studiare o a lavorare al Nord non è mai capitato di sentirsi dire :<<quando parli in italiano in realtà traduci dal dialetto, perchè non è italiano quello che hai detto>>? 

In molti questo genera una crisi di identità profonda: ci si chiede se fin’ora si è stati italiani di serie B, se le proprie prof. di italiano iniziando dalle elementari non sanno fare il loro lavoro, che il tuo parlare cosi “anormale” derivi dal tuo sapere il dialetto della tua regione e quindi cerchi di cambiare le tue abitudini, di sforzarti a parlare solo in italiano e addirittura inizi ad odiare il tuo accento!

Giusto ieri una mia compagna del liceo, anche lei lontana da casa, mi ha detto: <<Ma lo sai che, prima di arrivare qui dove abito ora, credevo che la parola “parruccherìa” fosse italiano ed invece non lo è? Prima tutti me lo facevano notare>>

Invece la parola parruccherìa esiste eccome: ha solo la sfortuna di essere più utilizzata da Roma in giù!

Un altro esempio: non so se tra vostre amicizie ci sono pugliesi… bene a Milano un pugliese che vuole raccontare in tutta tranquillità quello che ha mangiato ieri, inizierà il suo racconto con “ieri ANDAI al ristorante sotto casa” anziché con “ieri SONO ANDATO al ristorante sotto casa” : al termine del racconto troverà sempre chi dirà: <<Mamma mia come parli strano>>

Invece il passato remoto esiste e lo studiamo tutti, e se semplicemente nella lingua parlata di molte regioni è quasi in disuso non vuol dire che chi lo usa sia un campanilista che parla un italiano maccheronico, anzi in questo caso specifico l’influenza del dialetto aiuta a parlarlo correttamente!

Se invece di parlare l’italiano con l’accento dei giornalisti dei Tg nazionali, parlo con il mio accento marcato e metto il verbo essere alla fine di una frase come Montalbano, non ho nulla da correggere e nulla per cui maledire l’influenza del mio dialetto.

Tutto questo per dire che chi sa parlare anche il proprio dialetto deve essere fiero di parlarlo perché si ha una marcia in più (e lo dice la scienza eh!).

Chi parla sia l’italiano che il dialetto fin da bambino, è già bilingue ancora prima di iniziare a studiare l’inglese a scuola!

Adesso che noi giovani siamo chiamati ad essere cittadini del mondo, ad imparare altre lingue, a viaggiare e a crescere, sapere il proprio dialetto e parlarlo insieme alla propria lingua nazionale renderà la scoperta del mondo ancora più entusiasmante.

Essere cittadino del mondo significa saper guardare al di là del proprio naso, riuscire a liberare la mente da preconcetti e da stereotipi per saper trarre l’unione e l’amicizia dalla diversità culturale… ma ciò non significa annullare la propria italianità ed aborrire  le proprie radici: perché anche l’albero più alto e robusto del mondo senza le sue radici non riuscirebbe a rimanere in piedi. 

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