Panico in Piazza a Torino| “Fottuti stupidi che sparano petardi!”

Non abbiamo avuto parole per commentare i fatti accaduti a Londra e a Torino. Non ne abbiamo neanche adesso, dopo che le “acque si sono calmate“, perché  qualsiasi cosa che io o un altro membro de Lo Stagista Parlante avremmo scritto sarebbero state solo fronzoli…parole al vento!
Vivere un momento critico, un momento di panico,  nella paura di non tornare più casa… E’ questa quello che ha vissuto Calogero, uno dei testimoni oculari di quello che è successo a Torino il 3 Giugno scorso.
Vi riportiamo la sua testimonianza di quegli attimi:




-<<Co’, non vedo bene, siamo al 67esimo?>>
– <<Sì, Ca’!>>
– <<Può succedere ancora qualcosa per la Juve in 20min?>>
– <<Sì, il Milan una volta negli ultimi minuti…>>
….
Le ultime parole prima del disastro. Prima del terrore tra folla. Prima di balzare in un battibaleno sotto il monumento centrale alla piazza, sopra la gente gia a terra in mezzo ai vetri delle migliaia di bottiglie di birra rotte.
– <<Co’, non voglio morire.>>
– <<No Ca’, devi alzarti! Alzati!>>
Riesco ad alzarmi a fatica, già sporco di sangue. Scappo, ma senza una scarpa, tra i vetri.
Quasi fuori piazza san Carlo tolgo la camicia che avevo legata alla vita e l’altra scarpa, per correre meglio.
Era un camion che stava schiacciando la folla. No, nessun camion. Erano colpi di mitra!
Mi abbasso per non farmi sparare, ma poi continuo a correre. Il più lontano possibile.
Perdo il mio amico che mi aveva salvato dalla calca. Il mio amico venuto apposta da Firenze per condivide momenti di gioia!
Chiamo i miei per informarli che malgrado l’attentato io stessi bene, fossi vivo e stessi scappando e che li amassi.
– <<Ma sei ferito?>>
– <<Mamma, non lo so, ho del sangue addosso, ma non so se è mio.>>
Chiedo notizie per sapere da cosa pararmi: dal furgone o dai mitra?! Ma nulla, sul web ancora nulla.
Mi fermo senza fiato nella galleria s. Federico. Ma un’altra ondata di gente che scappa mi fa credere che qualche pazzo stesse ancora sparando tra la folla.
Scappo anche io, raggiungo un ristorante nei paraggi di via Pietro Micca. Il proprietario, un signore giapponese, ci fa entrare e ci chiude dentro.
Chiamo il mio amico. L’ansia nell’attendere risposta, la gioia nell’avere risposta: il mio amico non è stato sparato, ne travolto, ne schiacciato. Il mio amico è vivo!
Nel frattempo la notizia dei petardi. Nella disperazione un attimo di sollievo: niente pazzi che sparano o travolgono gente, solo stupidi. Fottuti stupidi che sparano petardi.
– <<Co’, siamo vivi.>>
– <<Ca’, siamo vivi.>>
– <<Co’, sei ferito!>>
– <<Sì, ho dei tagli ai piedi.>>
Continuiamo ad allontanarci da quella piazza maledetta. Rispondiamo in shock alle mille telefonate di amici e parenti. Raggiungiamo l’Ospedale Mauriziano.
Il pavimento era un fiume di sangue. Le sciarpe e le bandiere della Juve erano bende che stoppavano le emorragie a gambe, braccia, collo dei più sfortunati. Per le strade lampeggianti e sirene.
-<<Torniamo a casa amico, siamo vivi.>>
-<<Ca’, ti voglio bene.>>
– <<Co’, ti voglio bene anche io.>>
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