Storie di Stagisti Parlanti|Vi racconto cosa ho vissuto quella notte a Torino




Articolo inviato alla rubrica Storie di Stagisti Parlanti da Costantino Sferrazza:

C’è un attimo nella vita di ognuno, che in qualche modo ti segna, ti fa crescere, ti apre gli occhi, ti sconvolge; c’è un attimo nella vita di ognuno in cui capisci che puoi guadagnare o forse perdere tutto; c’è un attimo nella vita di ognuno, dove inizia a scorrerti negli occhi tutta la tua vita come in un film, dove senti che l’adrenalina è alle stelle, dove capisci che in un certo qual modo tutto sta per cambiare o potrebbe cambiare, c’è un attimo nella vita di ognuno, che perde ogni logica, che tutto diventa irrazionale, che ogni lucidità umana è vana. C’è un attimo nella vita di ognuno, in cui il terrore prende il sopravvento, in cui lo shock lo accompagna, in cui ti ritrovi davanti a qualcosa di surreale e ti senti davvero, davvero impotente.

Questo attimo, per me e altre 20.000 persone, si è concretizzato alle 22, 18 minuti e 9 secondi, di sabato 3 Giugno 2017.

Torino, Piazza San Carlo, un pomeriggio di festa e di partecipazione popolare di tanti, tantissimi tifosi bianconeri che si radunano per vedere la finalissima di Uefa Champions League tra la Fidanzata d’Italia e i Blancos di Madrid. L’attesa di milioni di tifosi è finita, finalmente ci siamo: Juventus vs Real Madrid!

La città di Torino si prepara all’evento calcistico più importante dell’anno, allestendo 2 maxi schermi in due punti diversi (se non estremi della città) uno al Parco Dora e l’altro in Piazza San Carlo, definita da tutti “Il Salotto di Torino”. Strano, una città come Torino, che accoglie la sede di una delle più importanti società di calcio d’europa, prepara solo 2 maxi schermi e per giunta in due punti così diversi della città;

Perchè non prepararlo in corso Vittorio ad esempio, dove la piazza si presenta molto più ambia e con  molte vie di fuga, oppure perché non creare più punti di aggregazione, uno in piazza Castello, corso Vittorio e Piazza San Carlo; altrimenti perché no allo Stadium, che può accogliere più di 40.000 tifosi e di certo, il livello di sicurezza e gestione dell’evento è più facile da mantenere sotto controllo; non casualmente Madrid si attrezza, oh si che lo fa: viene allestito un “Ottagono” di maxischermi all’interno dello stadio del Real Madrid, oltre agli altri disseminati per la città. Ma noi in Italia si preferisce sempre la via più strana, sorvoliamo.

Dunque, meglio il “Salotto di Torino” piuttosto che andare dall’altra parte della città. La Piazza si presenta blindata: tutti i punti di accesso sono chiusi con gli uomini delle forze dell’ordine che controllano gli ingressi. Peccato che i tifosi sono già in piazza dalla mattina per conquistare i posti migliori davanti quel solo se pur maxischermo. È così blindata, che oltre alle vie d’ingresso, sono “ovviamente” bloccate anche le vie di fuga. Insomma, si arriva ai controlli ma il poliziotto si limita a passare una mano nei pantaloni in prossimità delle tasche e a palpare gli zainetti, nulla di che. Entriamo, il delirio: alla ricerca di un posto con un minimo di visibilità; quasi impossibile. Allora ci si ferma a metà piazza!

Le 20.45 vengono scandite  dalla voce di Sandro Piccinini, telecronista della gara,  che dà ufficialmente via al match. Chiacchiere, sorrisi e battute arricchiscono questa particolare sera torinese; c’è tantissima gente, forse troppa; Ma non importa, gioca la Juve! E’ un momento di condivisione e di socializzazione con i tanti tifosi, venuti da tutta Italia solo per onorare la maglia bianconera. Bello, Emozionante, Fantastico! Ed è allora che ci si accorge di un particolare al quanto strano: all’interno della Piazza ci sono diversi venditori abusivi di birra, e no! Non sono in lattina e plastica.

Al gol dell’1 a 1 segnato da Mandzukic, l’intera piazza esplode di gioia! Iniziamo a saltare, ad abbracciarci, a sorridere, ad urlare; una grande festa! Noto subito che la ragazza dietro di me non salta più, si è fermata: guardando verso il basso in direzione dei piedi, scorgo un piccolo taglio su un dito dovuto ad una bottiglia di birra appena rotta. Ci si guarda intorno, e in effetti è un campo minato: centinaia di bottiglie di vetro ci circondano e si intrecciano tra i nostri piedi. Si sta stretti, ci sono ragazzi, bambini, adulti di ogni tipo; un signore sulla sessantina accanto a me non vede bene e mi chiede come sta andando la squadra, chi ha segnato. Poi arriva qual maledetto secondo tempo, i minuti passano e Cristiano Ronaldo ha segnato già la sua seconda rete; è il 64’ e la Juve perde già 3 a 1. I tifosi iniziano alcuni cori di incoraggiamento anche se ormai si intuisce che la partita ha preso una piega veramente difficile da rimediare per la compagine di mister Allegri.

22:17 e 20 secondi, 67’ minuto di gioco: Il mio amico mi chiede se è ancora possibile una rimonta per la Juventus giunti a questo punto; mi appresto a dare una risposta più o meno sensata quando alla nostra sinistra inizia qualcosa di veramente surreale;


22:18 e 9 secondi; il mio smartphone scatta una foto, un fermo immagine dove tutto si ferma, ma tutto procede veloce; dove i cuori battono e i fiati si fermano; dove tutto è lo stesso ma tutto può cambiare. La terra trema, un rumore assordante pervade le nostre orecchie, sembrano spari, sembra un terremoto, sembra una mandria inferocita, sembra una bomba, sembra la fine.

Avete presente quando le onde si infrangono negli scogli, quella sensazione di esplosione dell’acqua nel toccare la pietra? Bene, un onda, composta da migliaia di maglie bianconere ci travolge in meno di  secondo, facendoti indietreggiare a blocco per circa 3-4 metri; Ma tu sei ancora lì, nel tuo mondo razionale, dove non hai la benché minima idea del perché tu in questo momento ti ritrovi senza scarpe; eh si!

Senza scarpe, perché quella gente che ti ha travolto indietreggiando così velocemente , ti ha sfilato le scarpe con un minimo gesto e tu a tua volta le hai tolte ad altri e ad altri ancora. Allora cerchi di riflettere; di dare una spiegazione con un minimo di logica del perché di tutto ciò. Niente. L’unica cosa ti viene in mente, vedendo un vortice di gente che corre, cade e urla, è che un mezzo, un auto un camion o qualcosa sia entrata di forza in piazza, falciando persone a destra e a manca. E lì pensi alla battuta del pomeriggio con il tuo amico “tutto il mondo è concentrato tra Torino, Madrid e Cardiff…. E se ci fosse un attentato?”; allora dici tra te e te: “ci sono riusciti! E’ un attentato terroristico”.

Scappa!… una parola. Come se fosse così semplice come nel dirla. Inizi a correre provando un senso di apnea che ti lascia senza respiro, come se uno tsunami ti avesse colpito in pieno; ed è lì, proprio a quel punto che i calzini si lacerano e senti che i vetri penetrano la carne quasi lentamente, ma non provi dolore no, non hai tempo; nè tempo per il dolore nè tempo per la razionalità, un mix di adrenalina e paura ti invade l’anima, vuoi solo allontanarti il prima possibile da lì, ma non è così semplice anzi; ti accorgi di dover dribblare centinaia, migliaia di donne e uomini. “No, no, no”, lo dici, lo urli quando ti accorgi che davanti a te, anzi sotto di te ci sono almeno una quindicina di persone a terra, l’una sopra l’altra che urla, piange, si contorce e si lamenta chiedendo “Per favore, No!”; la mente allora fa un balzo temporale di circa 30 anni, e ti ritrovi a Bruxelles, un’altra finale di Champions con la Juventus protagonista, in uno stadio fatiscente che in quel tempo era conosciuto come Heysel, e 39 persone che saranno per sempre legate a quel nome; E tu dici che non può essere, che non sta accadendo a te, che è solo un incubo; l’Inferno in terra.

Non hai tempo di metabolizzarlo, non puoi, perché davanti a te, il tuo carissimo amico cade e ti urla che non vuole morire, ed è a quel punto che ti scatta dentro qualcosa di forte, un sentimento di affetto misto ad orgoglio, che forse non hai mai provato prima di adesso e che senza pensarci due volte, ti impone di rimanere in piedi, di prendere il tuo amico “di peso” senza provare alcun affanno e di tirarlo fuori da lì, facendolo rialzare in piedi. Inizia la fuga; non semplice, perché la gente corre all’impazzata, è ovunque e va ovunque; dove? Non si sa, ma lontano da lì. Man mano che corri ti accorgi come la piazza sia ormai diventato un grande tappeto di vetri, ma non li senti neanche e pensi che “qualche taglio non vale la vita”. La folla è tanta, urla, si dispera ti passa davanti e quasi ti scontra, e in tutto questo trambusto ti accorgi di aver perso di vista il tuo amico: la disperazione; non riesci a fermarti, non puoi, non sai cosa sta accadendo, come puoi saperlo!

Arrivi a fine della piazza, con i piedi sporchi di sangue ti aggrappi ad una ringhiera ti arrampichi su per potere vedere meglio, inizi ad urlare il nome del tuo amico più e più volte, continui finchè non senti che la gola non riesce a dire altro; niente. La gente continua a correre e capisci che è inutile stare arrampicato lì. Scendi e percorri le gallerie adiacenti alla piazza per allontanarti più possibile da quel posto.

Prendi lo smartphone e inizi a chiamarlo nella speranza che stia bene e che soprattutto sia vivo. Non squilla, c’è blackout di rete. Non sai davvero cosa pensare, continui a percorrere a piedi nudi tinti di rosso il marmo freddo della galleria;  i bar, ristoranti e i locali aperti, prestano subito accoglienza a tutti coloro i quali tentano di nascondersi, procedi oltre e noti a sinistra un portale semichiuso con della gente che entra; lo fai pure tu. Un ragazzo ti da dei fazzolettini per bloccare il sangue dalle ferite, ma non puoi stare rinchiuso lì, no.  Esci fuori e continui a chiamare.  Finalmente ti risponde: E’ vivo!

La linea non è pulitissima, senti qualche parola, ma senti la sua voce il che ti rassicura tantissimo, ma ad un tratto quel rumore assordante ripiomba nelle tue orecchie, la mandria si avvicina; Dal vicolo della galleria, appare una flotta di ragazzi che urla e corre senza un perché; in quel preciso istante la voce nella tua testa ti dice “allora è davvero un’attentato!”; ti rimetti a correre e ti ritrovi dentro quel portale, scendi le scale, c’è sangue dappertutto, un gruppo di persone ti invita ad entrare in una stanza nello scantinato, almeno finchè non si calmano le acque; non riesci a stare fermo, è più forte di te; devi andare via da lì e ricongiungerti con il tuo amico. La folla è andata, qualcuno corre ancora ma decidi di uscire e di andargli incontro. “Lo devo trovare”.

Cammini, provi a correre ma inizi a sentire qualche dolore ai piedi, non importa, procedi senza voltarti, giri l’angolo, lo richiami ed ecco che finalmente lo noti, è tutto intero! Lo abbracci e gli dici semplicemente: Ti voglio Bene! Niente di più. Lui ti guarda i piedi… vede le ferite e quel che rimane dei tuoi calzini. Toglie i suoi che sono ancora integri e te li dà, per evitare ulteriori contatti col suolo e con tutto il resto. Ti appoggi su di lui, il dolore adesso si sente e non riesci a camminare autonomamente ma non ha importanza.

Hai ritrovato il tuo amico ed è questo quello che conta. Viene fuori che è stata una meschina bravata, forse un petardo, forse un “Al Lupo! Al Lupo!”, forse una ringhiera che è caduta per il forte peso distribuito, e inizi a pensare che tutto quello che hai pensato e vissuto, che quegli attimi in cui hai rischiato di farti veramente male e la tua stessa vita, sono avvenuti per NIENTE. Pesante d’assimilare, pesante da digerire.

Lo shock ti ha catapultano in una dimensione spazio-temporale completamente diversa da quella in cui hai vissuto fino alle 22:18:09 del 3 Giugno 2017.

In ospedale scene da film, sembrava un’epidemia: maglie bianconere con il tricolore in petto, colorate di rosso, nel tentativo di  bloccare emorragie di vario genere. Gambe, piedi, schiene e visi tagliati o pestati dalla calca del fuggi fuggi  di Piazza San Carlo; sangue e lacrime dappertutto, disperazione di alcuni, rassegnazione di altri. E poi finalmente a casa, forse non tanto sani, ma comunque salvi.

La percezione reale che abbiamo avuto è stata quella di un vero e proprio attentato, difficile da esprimere con le parole, perché sono emozioni talmente forti che ogni parola utilizzata, posso assicurare risulta riduttiva. Percezione che l’Italia e l’intera Europa non penso abbia avuta, in quanto le notizie, le foto e i filmati, sono trapelate in un secondo momento senza minimamente restituire anche un 10% del terrore e del disagio provato.

Non so quando né se riusciremo noi tutti a tralasciare e dimenticare quanto accaduto, ma di certo, ci ha aperto gli occhi alla realtà che il mondo intero vive oggi; Viviamo ogni giorno il terrorismo psicologico, una guerra tecnologica che sta logorando fortemente l’uomo e i valori che lo compongono. I tagli passano, i lividi svaniscono;

Un’esperienza forte, una di quelle che si incide nel carattere e che permette di poter guardare le cose dai diversi punti di vista, ma che alla fine rende tutti fortemente consapevoli che la vita è bella! Viva la Vida

 

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