Quelle lauree inutili che producono disoccupati

Secondo i recenti dati Eurostat il 27,6% dei giovani italiani ha terminato gli studi universitari nel 2019.

La media europea quest’anno è stata del 40% e di conseguenza ci piazziamo al penultimo posto (più “somara” di noi solo la Romania).

In altre parole, in Italia ci sono troppo pochi laureati.

Siamo uno dei membri dell’UE che registra il più alto tasso di abbandono agli studi.

Da una superficiale lettura di questi dati uno potrebbe esclamare: “sticazzi, e poi si lamentano che non trovano lavoro: peggio per loro che non si laureano“.

Come se quel 27,6% di laureati abbia trovato il lavoro dei suoi sogni.

Il problema è molto più complesso e profondo ed ha tante sfaccettature molto spesso in contraddizione tra di loro.

1. Ci sono lauree che ti aprono più porte di altre

Il primo fenomeno che si riscontra in Italia, è che molti dei laureati non trovano lavoro perché il proprio percorso accademico non è in linea con quello che cercano le aziende.

E’ un dato di fatto che le lauree in economia o nelle discipline tecnico-scientifiche sono quelle con maggiori sbocchi.

Se cerchiamo di fare un confronto con la Germania che ha una percentuale di laureati intorno al 35% (più di noi ma non così troppo), noi italiani sforniamo più laureati in storia o letteratura.

Secondo alcuni, questo è causato dalle scarse informazioni che gli studenti delle superiori ricevono quando devono scegliere l’università. Quest’ultimi scelgono quello che più gli piace senza pensare se questo porterà effettivamente benefici dopo.

Secondo uno studio Ocse del 2018, il 50% dei laureati nelle materie umanistiche svolge un lavoro che non c’entra nulla con quello che ha studiato.

Si sente dire in giro che queste lauree sono inutili: lavori se dopo fai un master in economia.

Siamo il paese col patrimonio culturale più vasto al mondo e con un grande potenziale di turismo culturale, che sfruttiamo poco.

Siamo il paese di Leonardo, di Caravaggio, di Sciascia e Pirandello. A Roma o ad Agrigento abbiamo tesori ancora tutti da scoprire… Fa parte del nostro DNA la cultura!

Nessuno si è mai fermato a pensare che, non è la laurea in storia che è inutile, ma come la si consegue?

Uno che si laurea in storia nel 2020 sa tutte le date delle battaglie di Napoleone. Ma difficilmente ha mai affrontato un esame di economia del turismo; peggio ancora se parliamo di usare Excel o sapere l’inglese.

Iniziamo con riformare questi percorsi accademici rendendoli, quantomeno, al passo con i tempi; investiamo in cultura e sulla valorizzazione dei beni culturali.

2. Siamo poco qualificati (o troppo)

Le imprese italiane lamentano che ci sono tanti posti di lavoro ma pochissimi “profili in linea”.

Umanisti a parte, i cosiddetti STEM (science, technology, engineering, maths) non hanno vita facile.

Il nostro sistema del lavoro è afflitto dal cosiddetto “Skill Mismatch”: i giovani sono o troppo poco qualificati o decisamente troppo.

Da un lato abbiamo troppi poeti e storici dell’arte, dall’altro i profili tecnici sono troppo qualificati.

Insomma, la colpa è dei giovani italiani che vogliono strafare e dei nostri politecnici che sfornano eccellenze.

I giovani in Italia non trovano lavoro perchè non sono abbastanza MEDIOCRI

Scusate se i giovani eccellono e scusate se le nostre facoltà tecniche sono le più rinomate a livello globale!

Ma non sarà che è il nostro sistema produttivo ad essere indietro rispetto a dove sta andando il mondo?

Non sarà che le politiche di oggi sono impregnate di assistenzialismo anziché incentivare la creazione di nuove start-up?

Non sarà che le aziende italiane non innovano e investono poco in R&D (ricerca e sviluppo)?

Non sono i giovani che devono “abbassare l’asticella” ma è l’Italia che deve alzare i suoi standard.

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