Italia di Cittadinanza

All’interno del dibattito politico sembra passato un secolo dall’approvazione del Reddito di Cittadinanza. In realtà sono passati solo pochi mesi e i primi navigator sono ancora in fase di rodaggio. Cos’è cambiato fino ad adesso?

Il primo importante effetto è stato quello di “cannibalizzare” ed integrare il reddito di inclusione del precedente governo. La richiesta di reddito di cittadinanza è stata accolta per circa 800 mila nuclei familiari, contro i circa 450 mila che percepivano il reddito di inclusione nel 2018. Inoltre l’importo medio erogato passa da 296 euro del REI (obiettivamente un po’ pochi) ai 540 euro del Reddito di Cittadinanza.

In estrema sintesi, il Reddito di Cittadinanza è per il momento un nome alternativo ad un “sussidio di disoccupazione” e sicuramente non ancora uno strumento di politica attiva per la ricerca del lavoro.

Il quadro generale vede la presenza di 1.7 milioni di famiglie in povertà assoluta, ma un tasso di occupazione record al di sopra del 59% (il massimo da quando viene rilevato questo dato), con una disoccupazione sotto il 10%. Al di là delle statistiche, il vero problema lo vedremo solo nel prossimo decennio.

Con l’entrata in pensione dei baby boomers (persone nati negli anni ’60, in un periodo dove nasceva quasi il doppio dei bambini per anno rispetto ad oggi), si libereranno milioni di posti di lavoro che non verranno sostituiti perché obsoleti o perché non si troveranno le competenze necessarie per i ruoli. Già oggi circa 200 mila posti di lavoro non vengono occupati per mancanza di candidati all’altezza. Un gap spaventoso tra domanda e offerta, che diventerà sempre più grande nei prossimi anni.

Nel 2018 avevamo circa 2 milioni di ragazzi sotto i 30 anni da classificare come Neet, ovvero che non lavorano e che non studiano. Uno spreco enorme di risorse umane, considerando che il petrolio del XXI secolo sarà costituito dal capitale umano dei paesi. In questo ambito il Reddito di Cittadinanza, nel suo progetto di base, rappresenta un primo timido passo verso la riduzione di questo gap, grazie all’obbligatorietà dei corsi di formazione. Ma sarà sufficiente? Da un punto di vista concreto, come faranno, ad esempio, i giovani calabresi con oltre il 55% di disoccupazione giovanile a trovare una formazione di livello e un lavoro senza dover emigrare in altre regioni?

Il Reddito di Cittadinanza sembra l’ennesima riforma compiuta a metà, sottofinanziata rispetto agli obiettivi che si pone, soprattutto in ambito di formazione. Ma perde soprattutto nel suo messaggio comunicativo, dove il sussidio vince rispetto alle reali probabilità di trovare lavoro attraverso questo strumento.

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